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Fabrizia Di Lorenzo uccisa a Berlino: ai funerali dimenticano tutti di menzionare l’Islam.

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Un grande rito di rimozione collettiva, ecco cosa sono stati ieri i funerali di Fabrizia Di Lorenzo. C’era la bara, quella di una ragazza italiana uccisa dal terrorista islamico Anis Amri. I familiari, il vescovo, le autorità nazionali e locali, l’intera Sulmona, le lacrime di tanti, il grande applauso all’uscita dalla cattedrale, il lutto cittadino. Tutto giusto, tutto come doveva essere. Mancava una sola cosa: la verità. Chi ha parlato, come il vescovo, lo ha fatto per raccontare una storia diversa, dove il mostro è l’emigrazione degli italiani e non l’islam che ci vuole morti. Le altre autorità hanno scelto il silenzio o le frasi di circostanza. Guardare altrove, rifiutarsi di capire e di ammettere, forse pure a se stessi. Chi fosse capitato sulla piazza per caso, non avrebbe capito perché è morta Fabrizia, come mai quel feretro fosse lì.

Era lì perché la sera del 19 dicembre, in un mercato di Berlino, un bastardo che ci odiava ha compiuto l’ennesima strage di innocenti nel nome di Allah. Ma di questo non c’è stata traccia nei discorsi, né dentro la chiesa, dove la scelta si può capire, e nemmeno fuori, né prima né dopo. Chi avrebbe il compito di guardare il male in faccia e chiamarlo per nome ha scelto la vaghezza. Non si è mosso dalla propria posizione Sergio Mattarella, il quale aveva commentato la morte della ragazza dicendo che «ancora una volta una nostra giovane connazionale rimane, all’estero, vittima della insensata ed esecrabile violenza del terrorismo». Terrorismo di quale genere, è meglio non dirlo. A mettere il volto di un ventiduenne musulmano accanto a quello della povera vittima si rischia di innescare domande scomode sulla politica dell’accoglienza scelta dall’Italia.

Non parla Marco Minniti, nuovo ministro dell’Interno, ieri anche lui a Sulmona: si spera che assieme ai suoi colleghi ministri ora faccia parlare i fatti, che al miracolo dell’agente in prova Luca Scatà, pagato 1.300 euro al mese per difendere la nostra pelle, seguano il lavoro dell’intelligence, il controllo del territorio, una politica dell’immigrazione che metta al primo posto i diritti degli italiani e non quelli di chi vuole ammazzarci.

Parla invece il presidente della regione Abruzzo, il pd Luciano D’Alfonso, e farebbe meglio a stare zitto, perché non ha nulla di sensato da dire. Si rifiuta di nominare l’islam e i suoi fanatici, di riconoscere l’odio che li spinge a volerci morti. Dice che quella che è accaduta a Fabrizia è stata «una terribile e insopportabile vicenda di sangue», definizione perfetta per un incidente stradale causato da un colpo di sonno, non per una strage compiuta per motivi religiosi. E spiega che adesso «le istituzioni, le comunità e le collettività» devono fare in modo «che ogni territorio sia luogo di cittadinanza, a partire dai Comuni». È il linguaggio involuto della politica che non si smentisce mai, nemmeno in giorni come questo: che vuol dire trasformare i Comuni in «luogo di cittadinanza»? Significa dare la cittadinanza a chiunque la chieda? E cosa c’entra con l’uccisione di una ragazza di 31 anni ad opera di un islamico e con il nostro bisogno di sicurezza?

Intanto il vescovo di Sulmona, Angelo Spina, mette al centro dell’omelia funebre il fatto che Fabrizia Di Lorenzo abbia dovuto emigrare, «lasciare questa terra che non riesce a dare speranza a questi giovani per il lavoro». Innescando così, suo malgrado, l’ennesima baruffa ridicola che sposta l’attenzione altrove, con il leghista Alessandro Pagano che usa quelle parole per polemizzare col ministro del Lavoro. Come se la morte della ragazza fosse stata causata dal Jobs Act che non funziona o dal tasso di disoccupazione abruzzese, anziché dalla voglia che tanti islamici come Amri hanno di uccidere noialtri «mangiatori di maiale» e dalla irresponsabilità di chi ha aperto le porte e li ha fatti entrare. Nella illusione che anche i peggiori tra loro possano cambiare, innamorarsi del nostro modo di vivere e delle nostre libertà e rinunciare al proposito di ammazzarci. FONTE:(www.liberoquotidiano.it).

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