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Mette un “Mi Piace” su facebook, viene accusato di diffamazione. Attueranno anche in Italia questa nuova legge?

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Causa in Svizzera contro un 45enne che ha messo “mi piace” a post diffamatori. In Italia? Bisogna provare la volontà di voler commettere un reato.

Si può finire in tribunale per un like su Facebook? In Svizzera se lo stanno chiedendo. Un 45enne di Zurigo è stato infatti accusato di diffamazione a causa dei “mi piace” messi a otto post di gruppi in difesa degli animali che accusavano di razzismo e antisemitismo Erwin Kessler, presidente a sua volta di un’associazione animalista, la Vereins gegen Tierfabriken.

Secondo l’accusa i like del 45enne avrebbe reso visibili a un maggior numero di persone ai contenuti incriminati. La difesa punta a dimostrare che Kessler in effetti abbia convinzioni razziste. La prima udienza del caso si sarebbe dovuta svolgere lunedì ma, come riporta il Tager Anzeiger, il quotidiano svizzero che ha scovato la vicenda, è stata posticipata.

Il processo svizzero non è il primo caso in cui like, tweet e altre interazioni via social network finiscono al banco degli imputati. Nel 2012 gli avvocati del lord inglese Alistair McAlpine, finito al centro di un’inchiesta per pedofilia della Bbc, poi smontata pezzo dopo pezzo dal Guardian, hanno minacciato querele per diffamazione a chiunque avesse twittato o ritwittato il nome del loro cliente, circolato su Twitter dopo la trasmissione televisiva.

Secondo una loro stima, circa mille persone hanno twittato il suo nome e 9.000 sarebbero stati i retweet – si legge sul sito del Festival Internazionale del giornalismo -. I legali hanno inoltre dichiarato di essere in possesso di un software capace di identificare ogni account Twitter che ha twittato o ritwittato il nome di McAlpine, anche se i tweet/RT fossero stati successivamente rimossi”.

Nel Regno Unito, così come negli Stati Uniti, per la diffamazione si è chiamati a rispondere nella forma della responsabilità civile. In Italia, invece, è un reato doloso. Ossia, come si insegna in giurisprudenza, devono ricorrere “consapevolezza e volontà di commettere il reato”. “Un like può avere un effetto rilevante, perché fa apparire un contenuto diffamatorio sulla home dei nostri amici, ma bisogna valutare coscienza e volontà. Se io per sbadataggine clicco mi piace, senza valutare la portata diffamatoria, difficilmente ne risponderò”, osserva Giovanni Battista Gallus, avvocato cassazionista dello studio Array, specializzato in diritto dell’information technology. “L’accusa deve dimostrare la volontà del dolo. Questo è l’aspetto principale”, prosegue il legale. “L’attività del like è talmente banale. Si condividono contenuti senza leggerli, si mette likeperché la persona ci piace”, dice il legale.

Fare un like a un contenuto di un terzo a mio modo di vedere difficilmente dovrebbe costituire accusa di diffamazione, perché è difficile capire che tipo di pensiero stia manifestando”, chiosa Marco Consonni, avvocato civilista che si occupa di materie di diffamazione e libertà di stampa presso lo studio legale Orsigher Ortu. “Spero che non si vada in questa direzione per non ingolfare le procure. Le persone fanno like per diecimila motivi che non sono quello di fare proprio il contenuto. Lo riterrei pericoloso, si parlerebbe di libertà di lettura”, aggiunge l’avvocato.

Stefano Toniolo, penalista dello studio legale Martinez & Novebaci, distingue condivisione da like. “Dato che la condivisione è una nuova pubblicazione, che riproduce la parola diffamatoria, la Cassazione si sta orientando verso la commissione di un nuovo fatto di diffamazione”, spiega. Se condivido, insomma, potrei essere accusato di amplificare l’eco di un contenuto dannoso per la reputazione e l’onorabilità di una persona. Al contrario “il like, laddove non diffonde il contenuto, è esercizio di diritto di manifestazione del pensiero”, osserva l’avvocato. In questo caso la diffamazione non sussisterebbe.

Vincenzo Pezzella, consigliere di Cassazione, nel suo ultimo libro La diffamazione del 2016, scrive: “Pare innegabile che si concorra nel reato quando si condivide sulla propria bacheca un messaggio diffamatorio scritto da altri”. “Diverso e più delicato è il caso del mi piace o di altre possibili reazioni ai post altrui”, osserva l’avvocato, perché “lo si fa spesso con grande superficialità”. Tuttavia, dato che il contenuto compare però sulle bacheche altrui, anche il like basta per diffondere il contenuto diffamatorio e offrire il fianco a una citazione in giudizio. All’accusa però, come ricorda Gallus, toccherà dimostrare “il dolo dell’azione”. D’altronde, chiosa l’avvocato, “non c’è una matematica della diffamazione”. (Fonte: www.wired.it)

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